In ricordo del maestro Abreu

José Antonio Abreu ci ha lasciati. Il Maestro, come amavano chiamarlo con enorme affetto, stima e rispetto, le centinaia di migliaia di suoi “figli”, lascia dei piccoli fiori magicamente sbocciati dalla freschezza di un sogno utopico: quello concretizzatosi nella ricerca di consonanza tra politiche a favore del riscatto sociale, sguardi profondi allo spirituale nell’arte e concreti strumenti musicali della tradizione occidentale. Strumenti in parte “tropicalizzati” – come amano dire (ridendo) alcuni stretti collaboratori di Abreu – ma che in mano a bambine/i e ragazze/i divengono strumenti per “fare del bene”, in contesti (come quelli delle favelas venezuelane) dove a circolare, invece, sono spesso le armi, strumenti di morte per “fare del male”.
Il progetto de El Sistema di orchestre e cori giovanili e infantili è stato voluto e costruito da Abreu con tenacia e pazienza nel corso di oltre quarant’anni e, anche grazie alla sincera passione e ammirazione di altri grandi maestri (Abbado, Rattle, Domingo, Sinopoli, tra i tanti), è riverberato nell’intero pianeta, configurandosi quale possibile modello. Qualcuno (anche in Italia) lo ha improvvidamente scambiato per un “metodo”, cosa non vera giacché, al contrario, la fortuna del Sistema si basa sull’aver fatto tesoro di un mix di metodi nel campo dell’educazione musicale (da Dalcroze a Willems, da Orff a Kodály). El Sistema ha infatti il merito di aver “ribaltato la piramide”, ponendo alla base della formazione strumentale la pratica della musica d’insieme e facendo dell’orchestra un “comunità pensante” (oltre che sonante). Un progetto all’apparenza “di massa” ma che, grazie alla viva sensibilità di José Antonio, si è sciolto in centinaia di migliaia di veri rapporti umani. Lo testimonia Julian, uno studente che qualche anno fa raccontava con orgoglio di come ogni ragazzo del Sistema avesse il numero di cellulare del Maestro, per chiamarlo in qualsiasi momento di bisogno.
Ho avuto la fortuna di conoscere Abreu nel 2007, a Reggio Emilia (accompagnato da alcuni suoi storici collaboratori, primissimi allievi). L’occasione è stata quella di un incontro davvero toccante perché essenziale e al contempo denso di capacità e profondità d’ascolto. Già allora era forte il contrasto tra l’enorme forza del suo carisma e la fragilità del suo corpo, intorno al quale si stendeva una premurosa rete di protezione.
Il Maestro lascia una costellazione di orfani che hanno dato corpo alla sua l’utopia, facendone ragione di vita. Un’eredità che, come la scia di una cometa, vedremo probabilmente brillare ancora per molto tempo. A noi, ora, l’onere di non offuscarne l’autenticità della sua proiezione.




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